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Roma. Inizio anno 1947. La seconda guerra mondiale è appena finita e, fra le macerie di una città, lascia ancora i suoi segni. Nel reparto di maternità di un ospedale si intrecciano storie di nove donne che stanno per partorire. Nina, la protagonista, viene ricoverata all’ottavo mese per delle complicazioni e nel reparto troverà il supporto e la solidarietà delle altre donne.
Esordio alla regia di Maria Antonia Avati, primogenita di Pupi Avati, con l’aiuto del fratello Tommaso, che del film ha scritto soggetto e sceneggiatura. Un film tutto al femminile, come ancora di rado accade nel cinema italiano, sia nei contenuti che nello sguardo, nella prospettiva e nel punto di vista, nell’urgenza di raccontare sensibilità ed emozioni femminili. Per stessa ammissione della regista non ci sono nel film i virtuosismi del padre con la macchina da presa ma l’attenzione registica è quasi tutta esclusivamente puntata sulla recitazione: e anche se il cast, tutto di giovani nuove talentuose leve italiane, è davvero ottimo, l’eccessivo uso di primi piani, la costante perfetta messa a fuoco, il girato quasi esclusivamente in interni conferisce al film un sapore di fiction televisiva. Storie di amori, di sacrifici, di terribili dolori come spunto e stimolo per andare avanti, per ricostruire la vita e ricominciare a sorridere: dal sapore eccessivamente cattolico e buonista, e con dialoghi spesso retorici e lacrimevoli (che non di rado fanno davvero pensare alla contemporanea tv del dolore), il film, pur avendo in sé un buon potenziale, rimane ancorato a determinati clichè stilistici e contenutistici, che lo limitano e lo impantanano in un ginepraio di luoghi comuni.